martedì 24 febbraio 2009

WORKING ON A DREAM - BRUCE SPRINGSTEEN

Voto: 3/5 - anno di stampa: 2009 - prodotto da Brendan O'Brien

"Volevo fare un disco con le parole di Bob Dylan che suonasse come Phil Spector. Ma più di ogni altra cosa volevo cantare come Roy Orbison".
No, non sono le parole di un’intervista del 2008, ma del 1975, a presentazione di Born to Run.
Trentaquattro anni dopo, è riuscito nel suo intento.
A solo un anno dall’appena discreto Magic, segue questo nuovo album, che è tutto tranne che il suo seguito, a parte essere anch’esso appena discreto.
C’era molto scetticismo attorno l’uscita di questo nuovo album, l’ennesimo disco all’anno da 4 anni a questa parte. Ma se prima c’era un progetto nuovo ogni volta, un altro album con la band, quando solo qualche mese prima proprio un album con la band (in teoria il maggior desiderio di ogni fan) aveva lasciato un po’ d’amaro in bocca, sembrava avere poco senso.
Invece l’uscita di "The Wrestler" per l’omonimo film (una splendida ballata acustica) e il regalo di Halloween "The night with the Jersey devil" (uno standard blues) sembravano potessero fare il miracolo.
È bastato vedere l’orribile copertina e sentire la title track in versione acustica e con coretti di Patti alla maratona pro-Obama per tornare coi piedi per terra…
In realtà l’album non è male, è medio, ma non è brutto. Innanzi tutto suona meno ingolfato di Magic (ciononostante O’Brian a produrre Bruce ha fatto il suo tempo), gli strumenti hanno un suono più pulito, si sente che è suonato in presa diretta, e alcune canzoni sono oggettivamente molto buone.
Secondo me le canzoni si dividono in tre gruppi: quelle che potevano far parte dei dischi gloriosi ("Outlaw Pete", "Good eye", "Tomorrow never knows", "The last carnival" e "The wrestler"), quelle che starebbero nel quinto disco di Tracks ("My lucky day", "Working on a dream", "This life" e "Surprise, surprise") e quelle che in altri tempi avrebbe evitato di far provare alla band ("Queen of the supermarket", "What love can do", "Life itself" e "Kingdom of days").
"Outlaw Pete" mi è piaciuta dal primo ascolto, otto minuti di classica epicità springsteeniana… Chi la trova tronfia, ripetitiva o retorica in realtà non si ricorda dei motivi per cui apprezza "Jungleland" o "Thunder road". Stessa capacità di aumentare il pathos narrativo col crescendo musicale, stessa scorrevolezza narrativa, passando dai bassifondi newyorkesi di allora alle praterie di adesso. Il tutto suggellato da un’armonica morriconiana che vale il disco. Assomiglia ai Kiss, è vero, pazienza.
I 30 secondi di preascolto di "My lucky day" facevano intuire qualcosa di molto buono; peccato che quei 30 secondi contenevano tutta la canzone… Poi è un po’ banalotta, ma almeno è allegra e orecchiabile, anche se il sax di Clarence (molto raro) sembra quasi buttato lì ed è un peccato.
"Working on a dream" è una brutta canzone, che però ha il merito, a furia di ascoltarla di sembrare bella…
"Queen of the supermarket" non la capisco… E’ stata spacciata come il seguito di "Girls in the summer clothes" e a me piaceva poco pure quella… Va bene essersi presi una sbandata per una cassiera, ma scriverci una canzone…
"What love can do" è inutile, c’è poco da dire.
"This life" non dice molto, ma si fa apprezzare come omaggio alla musica di Roy Orbison.
"Good eye" è un blues come mai è stato inciso da Bruce in studio. Nato dalle versioni live di "Reason to believe" sia nel Magic tour sia nel D&D tour rappresenta una novità, peccato sia un po’ troppo simile ad alcuni tratti di "Sweet home Chicago".
"Tomorrow never knows" sembra una canzone della Session band (a quando un disco con canzoni di suo pugno?) ed è molto bella.
Non altrettanto si può dire di "Life itself", uno dei tanto tentativi di Bruce-anni 2000 di fare qualcosa di diverso, col risultato di far pensare ai fans che nell’ultimo disco c’è la più brutta canzone della discografia completa… Per non parlare di "Kingdom of days".
"Surprise, surprise" invece è una canzone alla Beach Boys, piacevole anche se semplice, peccato le similitudini col buon Jono Manson (e tre…).
Finalmente "The last carnival". Così come "Terry’s song", anche questa canzone serve a salutare un amico che non c’è più. Non c’è molto da dire, se non di ascoltarla con l’immagine di Danny contenuta nel libretto davanti agli occhi.
"The wrestler" è una bonus track, per cui non sposta il giudizio complessivo sul disco. Ma questo è il Bruce che vogliamo nel futuro. Almeno non sentirò più gente dire che forse sarebbe stato meglio se avesse vinto McCain…

mercoledì 18 febbraio 2009

REARVIEW MIRROR TEARS - KENDEL CARSON

Voto: 4/5 - anno di stampa: 2007 - prodotto da Chip Taylor

Confesso di essere stato attirato a questo cd più per l’avvenenza della cantante in copertina che non per quanto in realtà speravo di sentirci dentro…
In realtà la bella Kendel non ha solo un bel visino e lunghi capelli biondi, ma anche bella voce, talento, grinta e una manciata di canzoni niente male!
A anni, Rearview mirror tears è l’album d’esordio per questa cantante-violinista canadese, già voce dei Paperboys.
Prodotto e scritto nella quasi totalità da Chip Taylor il disco si fa subito apprezzare per semplicità e facilità d’ascolto, senza però essere banale o ripetitivo.
In uno stile a metà tra l’Americana e il folk, è fatto apposta per valorizzare le doti canore di Kendel e le sue abilità al violino.
Ma soprattutto le canzoni sono belle e varie: si passa da canzoni sofferte come Take me down to the river, Ribbons & bows (la mia referita), Gold in the hills a brani splendidamente interpretati come l’iniziale Run to the middle of the mornin’ o la finale Just what happened to the moon, fino alla gioiosa e corale I like trucks, sicuramente la canzone di più facile impatto di tutto il disco e di cui si può vedere il simpatico video si youtube.
Su un cd bonus ci sono invece due canzoni: There’s no angel on my shoulder, così così, e Who wants to ride this train, bella e in puro Americana, che ci sarebbe stata benissimo anche sul cd principale.
L’esordio è da 10 e lode, il nuovo cd in uscita tra poco non sembra male dei brevi preascolti, sono curiosissimo di sentirla, e di vederla, dal vivo.

martedì 10 febbraio 2009

MAGIC - BRUCE SPRINGSTEEN


Voto: 3/5 - anno di stampa: 2007 - prodotto da Brendan O'Brien

Ho dovuto chiudermi in casa ed ascoltarlo in tutti i modi possibili, ho dovuto resistere alla tentazione (solo iniziale, a dir la verità) di toglierlo dal lettore e passare ad altro, ho dovuto leggere più recensioni che potevo, per cercare di avere tutti i punti di vista e le opinioni che potevo.
Alla fine posso dire la mia: Magic merita un 3 su 5.
L'attesa era tanta, come per ogni nuovo disco e soprattutto per un disco nuovo con gli E street. E soprattutto per quel comporta un disco nuovo con la E street, cioè, ovviamente, una tournè con la band, ogni volta il momento clou della musica targata Springsteen.
Ma c'è un ma... Il disco fa fatica a decollare, il tam tam radiofonico del primo singolo "Radio nowhere" faceva presagire qualcosa di diverso, tante chitarre, suoni aperti e semplici, roba da suonare a tutto volume.
Invece è il classico specchietto per allodole, qualcosa che ricorda molto quanto già successo all'epoca di "Born in the U.S.A.". Il resto del disco è invece molto omogeneo, basso e batteria prevalgono spesso sulle chitarre e soprattutto sulle tastiere, cosa inusuale per il suono della band, il sax di Clarence spesso è impercettibile e comunque ha raramente l'impatto devastante del passato.
Siamo d'accordo, gli anni 70 sono finiti da un pezzo e sono certo che rimarrei più deluso da un suo stucchevole tentativo di riproporre "Thunder road" o "Badlands" fino alla nausea. Ma dopo i, a mio avviso, riusciti esperimenti di "Devils and dust" e della "Seeger session", questo rappresenta un piccolo passo indietro. Ognuno aspetta il proprio album preferito, come la propria scaletta da concerto preferita, ma avrei apprezzato maggiormente suoni meno patinati e molto più "sporchi"; un vero peccato secondo me perchè le canzoni ci sono, soprattutto nei testi.
Al momento la mia preferita è "I'll work for your love" una canzone piacevolissima, che avrebbe fatto il suo figurone anche in "The river" con l'invito iniziale a Theresa a versargli da bere accompagnato dal piano di Bittan e l'intermezzo di sax qui sì dirompente!
Belle anche "Devil's arcade", una ballatona in pieno stile underground newyorkese post 11 settembre, "Gypsy biker", il testo migliore dell'album, la pearljamiana "Radio nowhere" e soprattutto "Terry's song" ghost track dedicata all'amico Terry Magovern, scomparso durante la registrazione di Magic.
L'album è piacevole, compatto, molto più ad esempio di "The rising" (secondo me troppo lungo e con le canzoni messe in un ordine che non rende loro giustizia).
Peccato per "Your own worst enemy", per me una delle peggiori di sempre, per "You'll be comin' down" e per "Livin' in the future" che continuano a convincermi poco.
Non si poteva sperare nel capolavoro (Darkness e Nebraska sono già state pubblicate), però ad artisti meno fortunati non ho concesso tutto questo tempo...