giovedì 6 agosto 2009

CRACKED REAR VIEW - HOOTIE & THE BLOWFISH

Voto: 4/5 - anno di stampa: 1994 - prodotto da G. Gabriel e D. Gehman

Non ascolto più questo disco da un pezzo, dopo averlo letteralmente “asfaltato” appena uscito. Disco appena appena conosciuto da noi, dopo aver invece venduto quasi 15 milioni di copie in America, sintetizza in pieno un certo tipo di rock anni 90, allegro e di facile impatto, sulla scia di band tipo Dave Matthews Band o Spin Doctors, in netto contrasto col grunge, sempre in auge in quegli anni.
Formatisi in un college della South Carolina, hanno fatto della loro immagine da bravi ragazzi made in USA un segno distintivo.
Mi piaceva la loro freschezza e soprattutto mi piacevano le loro canzoni.
Mi piacevano tutte, non c’è una canzone del disco che non mi piaccia.
L’inizio è subito a mille con Hannah Jane e segue una canzone come Hold my hand con quel classico singalong che trascina dal vivo.
La voce del cantante di colore Darius Rucker ha un bel timbro ed è perfetta per queste canzoni, non trascendentali, né particolarmente innovative, ma orecchiabilissime.
Let her cry è la prima ballata, riuscita.
Only wanna be with you è un’altra classica canzone da 3 minuti e mezzo da hit di successo.
Running from an angel è forse la più innovativa musicalmente di tutto il disco, mentre con I’m going home si torna più sul classico, con temi e richiami un po’ springsteeniani.
Drowning e Look away hanno un qualcosa di già sentito, a differenza di Time che invece è veramente una bella canzone, una delle migliori del disco.
Il disco si chiude con due ballate: Not even the trees e la più riuscita Goodbye, quasi totalmente voce e piano. Sometimes I feel è una canzone cantata a cappella ed è ua ghost track che mette in luce le già citate doti del cantante.
Peccato che i lavori seguenti siano stati una brutta copia di questo album opera prima. I ragazzi avevano sicuramente doti e talento, ma probabilmente non così tanto da andare oltre…
Rimane questo bel disco, una bella testimonianza di un certo genere di musica americana, non molto apprezzata forse da chi preferisce annoiarsi, ma da me sì.

domenica 26 luglio 2009

MERCY - SAM BAKER

Voto: 4,5/5 - anno di stampa: 2004 - prodotto da Sam Baker

Quando ascoltai per la prima volta questo disco, dopo anni, da quando ho una collezione di dischi che si può chiamare tale, forse, ho ascoltato per due volte di fila lo stesso disco.
Il merito è tutto di Mercy di Sam Baker, cantautore texano, che nel 2004, alla non più promettente età di 51 anni ha deciso di incidere il suo primo album. E ad ascoltarlo direi che si è messo proprio d’impegno.
Un disco bello, caldo, semplice, acustico, con un accompagnamento che però lo fa sembrare un album solista, americano nel senso bello del termine. Potrebbe essere la colonna sonora di un vecchio film con Henry Fonda.
Sono stato qualche giorno prima al suo concerto a Spazio Musica, l’atmosfera era molto piacevole e familiare. La simpatia un po’ alcolica di Sam è divertente. E soprattutto le sue canzoni sono belle.
Inutile elencarne doti o particolarità dell’una o dell’altra, è la completezze e la compattezza del disco nel suo insieme l’arma vincente.
Per fortuna a 51 anni non ha deciso di smettere dopo solo una fatica e a breve è uscito l’ottimo Pretty world, ma questa è un’altra storia.

mercoledì 15 luglio 2009

LUCKY TOWN - BRUCE SPRINGSTEEN

Voto: 3,5/5 - anno di stampa: 1992 - prodotto da B. Springsteen, J. Landau, C. Plotkin

La sfortuna di questo disco è quello di essere uscito insieme a quello che è universalmente considerato (ma lo è ancora?) il più brutto album della storia del Boss.
Purtroppo non avere la E street band a suonarci, così come nel seguente tour, al momento ha creato disturbi in molti, ma in periodo di rivisionismo si può ben dire che questo è un bel disco, onesto, senza compromessi.
Un disco senza fronzoli, senza super arrangiamenti, suonato e registrato probabilmente di fretta mentre il gemello Human touch era già in stampa. Eppure un disco unitario, dal suono semplice ma compatto, un disco dove sono soprattutto le canzoni ad essere protagoniste, forse l’ultimo di Springsteen ad esprimere un’idea così efficace (The Rising ha un’altra storia dietro).
Inutile soffermarsi troppo sulle canzoni.
Better days è forse la miglior canzone dei due album, un classico immediato. Stesso discorso per If I should fall behind, canzone bellissima, dal testo unico e commovente.
A me personalmente piace molto anche un brano minore come Leap of faith, canzone orecchiabile e da canticchiare e poi il gran finale di My beatiful reward.
Sono state fatte scelte coraggiose in quegli anni: dopo 5 anni di silenzio, dopo essere stati in cima al mondo, si manda in pensione anticipata la band che praticamente era parte integrante dell’artista stesso, perché si avvertiva, come ogni artista dovrebbe sempre fare, il bisogno di rinnovarsi, di confrontarsi con nuove sfide.
Ora, non dico che anche oggi questo passo sia inevitabile, ma almeno a me manca questa voglia di continuare a sfidarsi, il silenzio e l’incertezza nel futuro che erano presagi di grandi novità.
Però almeno allora sul mercato girava questo Lucky town, che ok, all’epoca fu mezzo stroncato da critici e fan, ma che adesso posso dire con certezza che è un punto fermo di una grande carriera; non so se se tra 15 anni cambierò idea sui dischi più recenti
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lunedì 22 giugno 2009

WARPAINT LIVE - THE BLACK CROWES

Voto: 4/5 - anno di stampa: 2009

A un anno da Warpaint album, i Black Crowes confermano la ritrovata vena anni 90 e anzi, se ne escono con un secondo grande live dopo Frek’n’roll e non è cosa da poco, se si considera che nonostante siano, al momento, uno dei migliori live act d’America, la loro discografia live sia piuttosto scarna.
Ok, esistono gli istant live per far felici i fan più accaniti, ma la discografia ufficiale è un’altra cosa…
Questa versione live del bellissimo Warpaint rende ancora più grandi le sue canzoni: versioni tirate, allungate in jam chitarristiche perfette, piano in sottofondo.
Sono sincero, ero scettico. Avendo assistito a un concerto del Warpaint tour, ammetto che sono venuto via dall’arena non soddisfatto come lo sono ora. Forse era colpa mia, ma in questo disco c’è una carica rock veramente non indefferente.
Non c’è solo il rock, ovviamente, ci sono tutti le caratteristiche dei Crowes, le stesse già emerse in Warpaint ovviamente, ma rese al massimo.
Non so se questo è il loro disco migliore, forse pecca dell’originalità di Amorica o Southern Harmony, ma è un disco bello, che non annoia mai, che ogni volta che lo si riascolta si scopre qualcosa di nuovo e di bello.
A differenza di Freak’n’roll, che era il coronamento della loro carriera concertistica, con tutti i loro grandi successi, qua non ci sono hit storici, neppure nel disco due, ma non importa, vengono valorizzate le loro canzoni nuove, gli hit del dopo riunificazione.
E anche la scelta delle cover si mantiene su questo tenore, canzoni di Stones e Clapton, ma non canzoni strafamose.
Un istant live di lusso.

venerdì 12 giugno 2009

TIME THE CONQUEROR - JACKSON BROWNE



Voto: 3/5 - anno di stampa: 2008 - prodotto da Jackson Browne e Paul Dieter

Dopo una doppia raccolta e un doppio album live acustico (ottimi), il buon Jackson Browne torna con un disco da studio dal discusso The niked ride home (che però aveva almeno 2 buoni pezzi).
Purtroppo la parabola discendente del cantautore californiano non ha subito variazioni neanche stavolta e la discografia post anni 70 continua a mantenersi su livelli medi: alcune buoni canzoni, molto mestiere, nel complesso dischi senza infamia e senza lode.
La title track è una canzone Jackson Browne al 100%, bel motivetto, ben cantanta, molto carina.
Così come orecchiabile e piacevole è Going down to Cuba, una canzone fresca.
Una buona presenza l’hanno anche le canzoni di protesta, soprattutto contro il governo Bush e la guerra in Iraq. L’impegno politico di Browne è noto fin dai tempi di No Nukes e qui torna i maniera molto massiccia.
The drumes of war, Where were you sono due classiche canzoni in cui il testo ha la prevalenza sulla musica, che fa da semplice accompagnamento; anzi è maggiore la musicalità delle parole che non della musica stessa. È evidente che la loro funzione è quella.
Il resto sono più o meno riempitivi, o canzoni che comunque nulla lasciano in più alla discografia, immensa, di Jackson Browne.

venerdì 5 giugno 2009

NEBRASKA - BRUCE SPRINGSTEEN


Voto: 5/5 - anno di stampa: 1982 - prodotto da Bruce Springsteen

Ricordo che comprai la mia copia del cd il giorno prima di partire per Praga in gita scolastica. Da giovane da poco infatuato del rock del Boss e attratto da Queen e Guns’n’Roses, il primo ascolto di questo disco così scarno che all’epoca mi sembrava country, mi lasciò un po’ perplesso…
Mi concentrai su Atlantic city, su quello che sapevo essere l’unico singolo e potenziale unica canzone in un futuro concerto, e mi dimenticai del resto.
Quando qualche anno dopo uscì The ghost of Tom Joad, capì la grandezza di quell’album di tredici anni più vecchio e me ne innamorai follemente. Non ricordo di altri dischi che ebbero il merito di farmene piacere altri, ma all’epoca è successo. La struttura monocorde, tenebrosa e triste di Tom Joad, mise in luce la varietà, la complessità, la perfezione di un album che è tutto l’opposto di quello che sembra al primo ascolto.
È l’album folk per antonomasia, per le tematiche trattate, per la durezza dei testi e per il suono, scarno che di più non si può.
Registrato in casa propria con uno stereo a 4 piste, Bruce, senza volerlo, ha pennellato 10 capolavori, 10 canzoni che dovevano essere dei demos e che sono risultati, messi su vinile, uno dei dischi più rivoluzionari della storia della musica.
Non mi voglio dilungare raccontando le storie trattate, chi non le conosce se le vada ad ascoltare e a leggere i testi, non sa cosa si perde. Anche perché mi dilungherei a raccontare 10 romanzi, data la complessità delle trame narrative. Nebraska (la canzone), Johnny 99, State Trooper e soprattutto Highway patrolman, la cui storia ha ispirato Sean Penn per il suo battesimo dietro la macchina da presa con Lupo solitario. Strano che nessun altro non c’avesse pensato prima…
La grandezza di questo disco è evidente quando le canzoni vengono rifatte dal vivo e diventano, sia che siano in versione E street sia che siano suonate acustiche (come nel D&D tour), il momento clou del concerto.

lunedì 25 maggio 2009

WEST CROSS TIMBERS - AMANDA SHIRES

Voto: 3,5/5 - anno di stampa: 2008 - prodotto da Amanda Shires, David Henry e Rod Picott

È ufficiale, mi piacciono i dischi della cantanti-violiniste.
Questo disco di Amanda Shires è una piacevole sorpresa, bel dischetto autoprodotto, ben suonato, ben cantanto, con alcune belle canzoni, altre un po’ così così, ma sicuramente un bel prodotto finito.
Amanda canta (bene) e suona il violino in tutte le canzoni e sono il marchio di fabbrica del disco della texana.
Peccato per alcuni passaggi leggermente a vuoto, che risultano un poco noiosi, perché altrimenti il disco sarebbe veramente gradevole. Non un capolavoro, ma un disco ben costruito e piacevole, sia nelle ballate, sia nelle canzoni più ritmate.
L’inizio è molto piacevole, con la doppietta “Upon hearing violins” e “Unwanted things”, ma la mia preferita rimane “Angels and acrobats”, piccola gemma di Rod Picott (già presente nel suo Stray dogs) che Amanda valorizza con la sua voce e con un arrangiamento country-folk con tanto di pedal-steel che la rendono il brano migliore del disco e una canzone che andrebbe pubblicizzata!!