giovedì 30 aprile 2009

ALREADY FREE - THE DEREK TRUCKS BAND

Voto: 4,5/5 - anno di stampa: 2009 - prodotto da Derek Trucks


Finalmente la Derek Trucks Band ha fatto il disco della maturità. Ha lasciato da parte divagazioni jazz ed etniche ed ha prodotto un disco classico di rock, rock-blues e rhythm’n blues, che invece di suonare come già sentito o ripetitivo è fresco e coinvolgente.
Le canzoni sono tutte belle, sia le riletture sia le originali, sono suonate con misura, come dovrebbe fare ogni band che ha un leader che sa stare al suo posto, senza essere mai eccessivo, ma che sa far sentire la sua classe allo strumento quando segue.
Mi hanno un po’ stufato quei dischi di chitarristi come Robben Ford, grande artista, ma i cui virtuosismi risultano spesso noiosi, o Johnny Lang o Joe Bonamassa, che dopo un inizio blues hanno virato su tutt’altro e hanno usato il blues solo per farsi pubblicità a inizio carriera.
Questo è il disco che potrebbe essere paragonato per costruzione a uno dei grandi maestri e sicuramente l’esperienza accumulata da Derek nell’ultima tournè di Clapton si sta vedendo. Non ha preso in prestito solo Doyle Bramhall II, ma anche la capacità di dosarsi e di abbinare la sua chitarra a alla seconda chitarra.
Forse sono stato generoso col giudizio, ma questo disco mi ha sorpreso in positivo e mi fa anche ben sperare per il futuro, non è tutto da buttare…
L’inizio è grandioso: Down in the flood, l’ennesima cover di Dylan resa migliore dell’originale. Mike Mattison la canta in maniera fantastica e Derek usa la chitarra da vero maestro. Davvero un bel pezzo, che fa subito capire che aria tira.
Non male Something to make you happy, un buon rock-blues alla Bluesbraker.
Il ritmo cala un attimo con Maybe this time, prima canzone con Bramhall II alla voce, ma rialzano dubito il tiro con la cover di Sweet inspiration, la miglior canzone del disco. L’inizio è dato da una intro di organo che sembra arrivare da una canzone di James Brown, mentre il resto della canzone è un rhythm’n’blues con una costruzione di assoli di chitarra dopo ogni verso che mi sentirei di paragonarla a BB King senza essere tacciato di eresia.
Don’t miss me ha una bella parte blues, ben cantato e ben suonato, il ritornello invece è di facile ascolto, ma siamo sempre su ottimi livelli qualitativi.
Grande il gioco di chitarre in Get what you deserve, a conferma che anche le canzoni proprie sono ottime e non si limita alle reinterpretazioni di grandi brani altrui.
Our love è la seconda canzone cantata da Bramhall II, un gradino sotto le altre, ma meglio di Maybe this time.
Down don’t bother me è carina, ma essenzialmente un riempitivo.
Così come Days is almost gone, che è però una bella ballata blues, con bell’intro di Derek e bell’organo.
Back where I started è l’unica canzone che porta la firma anche di Warren Haynes ed è cantata da Susan Tedeschi ed è un country blues acustico, in cui le doti canore della signora Trucks sono messe in evidenza.
I know, nuova cover, è un altro capolavoro del disco: dopo 50 secondi di arpeggi, la canzone viene trasformata in un rock blues in cui voce e chitarra vanno avanti insieme per tutta la canzone e l’organo li accompagna. Fantastica!
La finale title-track Already free è sud allo stato puro, 2 minuti e 40 di blues e gospel veramente notevoli.

venerdì 24 aprile 2009

STRIPPED- THE ROLLING STONES


Voto: 5/5 - anno di stampa: 1995 - prodotto da Ricky Oldham


All’epoca fu uno dei miei primi contatti con gli Stones, a parte i grandi hit, e mi piacque da impazzire.
Adesso lo considero come punto di riferimento per quello che potrebbe essere la loro dimensione attuale, almeno live. Set acustici o semi acustici con alcuni hit, brani dai loro album più belli e cover azzeccate, il tutto in una cornice che non sia il mega stadio. Siccome non mi rimane che sognare, lo riascolto ancora e ancora e sogno…
A mio avviso è l’album live perfetto, per i motivi già detti: un brano di facile presa sul pubblico come la cover di Like a rolling stones (ennesimo caso di cover di canzoni di Dylan resa immortale da chi la interpreta) e poi una serie di canzoni che sono talmente precisamente incastrate tra di loro, da sembrare un album da studio.
E poi è la trasfigurazione live di quei tre album che hanno sancito l’immortale grandezza della band: Let it bleed, Sticky fingers, Exile on main street. Stripped ha lo stesso suono sporco, è intriso di America in ogni nota alla stessa maniera. È il cuore della loro musica e in definitiva di chi ama certa musica.
L’inizio è azzecatissimo col classico Street fighting man, una canzone-Rolling stones al 100%, con quei riff che ti prendono da subito. Di Like a rolling stones già detto, magnifica.
Poi subito un’altra cover, Not fade away, prima canzone lato A del primo disco, seconda cover su tre canzoni, quasi a far notare che sono nati come cover band e come studiosi e ammiratori di bluesman.
Shine a light, The spider and the fly, Let it bleed, Dead flowers sono l’anima di questo disco, hanno quel sound roots di cui parlavo prima, c’è la polvere tra di loro, c’è voglia di mangiarsi del chili e di bere della margarita mentre le si ascolta.
Alla fine torna il blues, quello di Robert Johnson con Love in vain, quello di WIllie Dixon con Little baby, quello più rock e della casa di Sweet Virginia.
Un album perfetto.

giovedì 16 aprile 2009

IT'S NOT BIG IT'S LARGE - LYLE LOVETT


Voto: 4/5 - anno di stampa: 2007 - prodotto da Lyle Lovett

Ammetto, e premetto, di non avere altri dischi di Lovett e di essere stato spinto all’acquisto di questo un po’ per le buone recensioni lette, un po’ perché non potevo venire via da Austin senza un suo disco.
Lo conoscevo come cantautore country e invece l’inizio è addirittura uno standard jazz di Lester Young, in cui la Large Band può dare libero sfogo agli strumenti e scaldardi. Niente male come inizio, anche se un po’ spiazzante per un novizio come me.
Diciamo che la prima canzone è quasi una intro, poi il disco vira subito verso i 7 minuti cantautorali di I will rise up/Ain’t no more cane (brano per metà suo e per metà tradizionale) e via via verso il Lovett che mi immaginavo.
Non c’è una brutta canzone, da All Downhill, che parla dei colleghi Joe Ely, John Hiatt and Guy Clark e della sorpresa che il successo a volte porta e l'incertezza che ogni esecutore deve occuparsi di tanto in tanto, a South Texas Girl, con la partecipazione dello stesso Clark, a Up in Indiana, la mia preferita.
Il disco è quasi perfetto, cantato e suonato alla grande, ma su questo non avevo dubbi. Manca quello che potrebbe essere un grande successo, ma è riuscito a conquistare lo stesso nuovi adepti, come me!
Certo che anche la Lost Highway non sbaglia a produrre un disco!!