lunedì 30 marzo 2009

MESCALITO - RYAN BINGHAM


Voto: 4/5 – anno di stampa 2007 – prodotto da Marc Ford

Ryan Bingham è una delle speranze più promettenti per chiunque ami il rock americano.
Texano, scoperto da Joe Ely e sotto contratto con la Lost highway, prodotto da Marc Ford, ha avuto la sua grande occasione dopo 3 dischi indipendenti e non l’ha buttata.
Anzi, Mescalito è un album fantastico, una sorta di greatest hits dei 3 album precedenti che sono praticamente introvabili (ho ascoltato solo Wishbone Saloon in formato mp3 ed è bellissimo ed ha già alcune canzoni poi riprese in Mescalito) reincidendole tutte con la sua band e riarrangiadole, dando innanzi tutto la possibilità a chi non aveva sentito le vecchie canzoni di farlo, e di ridargli nuova vita grazie ai mezzi a disposizione decisamente più alti.
Il risultato, come già detto, è di altissimo livello e il merito è tutto di Bingham e della sua band, un gruppo di brutti ceffi che sembrano usciti da un romanzo di Cormack McCarthy.
Le canzoni sono belle, cantate con la voce di Bingham che è fantastica, suonate in maniera impeccabile, sia quando sono ballate acustiche, sia quando ci danno di slide sui brani più picchiati.
Si respira aria texana a più non posso, il loro essere di El Paso è presente quasi in ogni canzone.
È texana al 100% l’iniziale "Southside of heaven", una delle migliori del disco, che accompagna splendidamente le immagini che sono state scelte per creare il video visibile su youtube.
Così come "Boracho station", col testo in spagnolo, la bellissima "Ghost of Travelin’ Jones" e l’allegra "Dollar a day".
Sono canzoni mature "Ever wonder why" e "Sunrise" (con un bellissimo violino iniziale) cantate con voce grattata. Doti che non paiono quelle di un 25enne.
Stupenda la potenza di "Bread and water", canzone chiave del disco e dei concerti, coi suoi assoli di slide che dal vivo sembrano non finire mai. Forse la canzone più bella.
Capitolo a parte merita "For what it’s worth". Titolo preso in prestito per questa ballata di 14-minuti-14 che sono il sunto della musica di Ryan Bingham, della sua arte, della sua bravura.
Mi sono letteralmente innamorato di questo disco, della sua musica, della sua capacità di sintetizzare in canzoni la solitudine, la durezza, i sapori, i colori, gli odori, gli umori del Texas orientale.
Presto dovrebbe uscire il nuovo disco. Ripetersi è ovviamente difficile, augurarsi che non sia l’ennesimo fuoco di paglia è però lecito.

martedì 24 marzo 2009

INTO THE WILD - EDDIE VEDDER

Voto: 4,5/5 - anno di stampa: 2007 - prodotto da Eddie Vedder

Il film è stato uno dei successi maggiori della scorsa stagione: storia un po’ ruffiana, il ragazzo per cui tutti tifano e che tutti vorrebbero essere se ne avessero avuto il coraggio, natura, amicizia, buoni sentimenti, foto struggenti.
E una delle colonne sonore migliori di sempre.
Eddie Vedder scrive questo disco in cui può mettere in risalto la sua voce (una delle mie preferite) e sonorità molto lontane dai Pearl Jam, col risultato che sarebbe un album perfetto, non fosse che non è un album, ma solo una colonna sonora.
E purtroppo il mezzo punto meno è proprio perchè la prima metà del disco risente del fatto che ci sono canzoni troppo dipendenti dal film e che sembrano quasi bozze o canzoni tagliate. Ed è un peccato! "Rise", "Far Behind" e "Setting forth" sono pezzi eccezionali, così come la strumentale "Tuolumne". Così come i testi risentono, ovviamente, delle scene su cui scorrono nel film…
Ma "Hard sun", "Society" e "Guaranteed" sono assolutamente eccezionali!! Dei singoli bellissimi, delle canzoni coinvolgenti, emozionanti, che avresti voglia di sentire e risentire subito.
A mio avviso Vedder dà una vera prova di maturità con questo progetto in cui scrive, canta, suona, produce.
E dopo il progetto della "Molo sessions", la cui rivisitazione acustica di alcuni classici dei Pearl Jam in un certo senso precede questo lavoro, sarei veramente curioso di un nuovo progetto solista e indipendente. Per carità, lunga vita ai Pearl Jam…
Ma questa virata acustica è veramente riuscita alla grande: mettete questo disco nell’autoradio una mattina presto mentre siete in viaggio (un viaggio da sempre sognato) con la fidanzata o col vostro migliore amico e poi tornate a commentare…

martedì 17 marzo 2009

BLACK ICE - AC/DC


Voto: 4/5 - anno di stampa: 2008 - prodotto da Brendan O'Brian

13 anni di silenzio sono un’eternità, eppure gli AC/DC sono ripartiti da dove si erano fermati.
Dal loro rock a tutto volume, chitarre a tutto spiano, ritmica pulsante, voce di cartavetra.
Il nuovo "Black ice" è quanto di più nello stile degli AC/DC sia possibile.
Ok, lo so, questo è il loro difetto peggiore: sono ripetitivi fino al limite. Eppure riescono a rifare lo stesso disco da 25 anni e non annoiare. Non è un pregio questo?
Innanzi tutto una nota doverosa: l’abum è prodotto benissimo. E ciò fa pensare che Brendan O’Brian sia bravissimo (ma che non lo fosse lo dubitavano in pochi) solo che con la musica di Springsteen c’entri proprio poco…
E poi ci sono le canzoni, semplici, orecchiabili, da battere il ritmo quando le ascolti e da ballare quando le senti dal vivo.
3-4 minuti l’una, non di più, riff di chitarra all’inizio, strofa e ritornello accompagnati dalle chitarre dei fratelli Young e assolo: formula vincente non si cambia.
"Rock’n roll train" è la classica hit radiofonica di facile impatto, l’ennesima da aggiungere a una lista che poche band possono permettersi.
E poi via via tutte le altre, come già detto motivi orecchiabili come "Big Jack" o "She like rock’n roll" e pezzi veramente belli come "Decibel" o "Anything goes".
È meno facile di quello che si pensi non fare nulla per 13 anni e ritornare con un buon disco, far felici i vecchi fans e magari trovarsene di nuovi.
Sono tornati facendo quello che sanno fare meglio, divertire il loro pubblico con del rock’n roll. Gli snobbini con la puzza sotto il naso vadano ad annoiarsi da un’altra parte!

lunedì 9 marzo 2009

ERIC SARDINAS AND BIG MOTOR - ERIC SARDINAS


Voto: 3,5/5 - anno di stampa: 2008 - prodotto da Matt Gruber


Sardinas è un personaggio ambiguo e sempre sul filo: rischia di essere quello che porta una ventata di fresco a un genere spesso stantio come il blues, così come quello che si fa bello dietro alla parola "blues" e la sfrutta per darsi un tono colto e mascherare le sue schitarrate spesso vicine all’hard.
I suoi concerti e il precedente, e comunque buono, "Black Pearls" sono la chiara testimonianza di quanto detto: un’alternanza di momenti fantastici a pezzi francamente imbarazzanti… E la frequentazione di Steve Vai non aiuta certo…
Questo nuovo disco invece è un bel disco, godibile, fresco, da ascoltare tutto d’un fiato!
A differenza del passato, i tentativi di deviare sull’hard sono minimi e forse per merito degli arrangiamenti non sono fastidiosi; è suonato con vigore e forza, ci mancherebbe, ma si rimane nella migliore tradizione rock-blues texana.
Il power-trio suona bene e compatto: Steve Ray e ZZ Top sono un’altra cosa, ci mancherebbe, ma di questi tempi va bene, vanno bene le canzoni, comprese le cover di Elvis e di Tony Joe White.
Il difetto maggiore del disco è probabilmente l’opposto di quello dei Black Crowes, è bello e piacevole, ma non ha particolare spessore. Non è una tragedia, anzi, è il classico cd da mettere in macchina e goderselo senza troppe pretese.
L’unico rammarico è che sicuramente di talento Sardinas ne ha tanto; per ora ha evitato di finire nell’hard, forse per il prossimo album potrebbe cercare di fare un passo deciso.

mercoledì 4 marzo 2009

WARPAINT - THE BLACK CROWES


Voto: 3,5/5 - anno di stampa: 2008 - prodotto da Paul Stacey

L’ultimo album in studio, Lions del 2001, era piuttosto brutto ed era evidente che la band aveva bisogno di una pausa di riflessione.
Tolta la voglia dei loro rispettivi album solisti, i fratelli Robinson hanno deciso di riprendere la strada più logica, tornare a suonare insieme. E in due anni di concerti, hanno fatto uscire l’ottimo doppio "The lost crowes" e l’altrettanto buono "Freak’n’roll", doppio live con sezione di fiati.
Questo nuovo disco ha tutte le caratteristiche del tipico album dei Black crowes: un album moderno che va a pescare nella tradizione americana.
C’è rock, c’è blues (riuscitissima la cover "God’s got it" del reverendo Charlie Jackson), ci sono le ballate, c’è il sud. Non è l’album migliore, ma è un bel disco, sul livello di "By your side", e non è poco, considerando la lunga pausa, la perdita di Marc Ford e in generale quel che passa il convento…
Il difetto principale è quello di risultare, alla fine, un po’ noioso. Forse una canzone o due in più stile l’iniziale "Godbye daughters of the revolution", canzone orecchiabile e di facile impatto, tutto sommato non ci sarebbero state male. Non per commercializzare il disco, solo per alleggerirlo.
Rimane comunque uno dei migliori figliastri del capostipite "Exile on main street".