
Voto: 5/5 - anno di stampa: 1982 - prodotto da Bruce Springsteen
Ricordo che comprai la mia copia del cd il giorno prima di partire per Praga in gita scolastica. Da giovane da poco infatuato del rock del Boss e attratto da Queen e Guns’n’Roses, il primo ascolto di questo disco così scarno che all’epoca mi sembrava country, mi lasciò un po’ perplesso…
Mi concentrai su Atlantic city, su quello che sapevo essere l’unico singolo e potenziale unica canzone in un futuro concerto, e mi dimenticai del resto.
Quando qualche anno dopo uscì The ghost of Tom Joad, capì la grandezza di quell’album di tredici anni più vecchio e me ne innamorai follemente. Non ricordo di altri dischi che ebbero il merito di farmene piacere altri, ma all’epoca è successo. La struttura monocorde, tenebrosa e triste di Tom Joad, mise in luce la varietà, la complessità, la perfezione di un album che è tutto l’opposto di quello che sembra al primo ascolto.
È l’album folk per antonomasia, per le tematiche trattate, per la durezza dei testi e per il suono, scarno che di più non si può.
Registrato in casa propria con uno stereo a 4 piste, Bruce, senza volerlo, ha pennellato 10 capolavori, 10 canzoni che dovevano essere dei demos e che sono risultati, messi su vinile, uno dei dischi più rivoluzionari della storia della musica.
Non mi voglio dilungare raccontando le storie trattate, chi non le conosce se le vada ad ascoltare e a leggere i testi, non sa cosa si perde. Anche perché mi dilungherei a raccontare 10 romanzi, data la complessità delle trame narrative. Nebraska (la canzone), Johnny 99, State Trooper e soprattutto Highway patrolman, la cui storia ha ispirato Sean Penn per il suo battesimo dietro la macchina da presa con Lupo solitario. Strano che nessun altro non c’avesse pensato prima…
La grandezza di questo disco è evidente quando le canzoni vengono rifatte dal vivo e diventano, sia che siano in versione E street sia che siano suonate acustiche (come nel D&D tour), il momento clou del concerto.
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